Sono un uomo di centrosinistra e proprio per questo sento il dovere di parlare. La difesa dei diritti, della dignità e della libertà delle persone deve valere sempre, anche quando impone di interrogarsi sulle decisioni della magistratura. L’arresto di Flavio Stasi mi colpisce e mi preoccupa. Il sindaco di Corigliano-Rossano è agli arresti domiciliari dal 28 ottobre nell’ambito dell’inchiesta “Ginestra”. L’accusa riguarda un presunto scambio elettorale politico-mafioso: secondo gli inquirenti, attraverso un intermediario avrebbe accettato sostegno elettorale in cambio della promessa di assunzioni. Un’accusa grave, che deve essere verificata nel pieno rispetto del diritto di difesa. Un’accusa, appunto: non una sentenza.
Il Quotidiano del Sud riferisce che non emergono intercettazioni dirette o incontri documentati tra Stasi e Annibale Matalone e che la ricostruzione si fonda sulla presunta mediazione di Vincenzo Curia, su conversazioni intercettate e sul raffronto tra filmati. Il giudice ha ritenuto gli elementi raccolti sufficienti a sostenere il quadro indiziario. Non dispongo dell’intera ordinanza e non pretendo di sostituirmi a chi dovrà valutarla. Ma proprio la delicatezza di questa ricostruzione rende necessarie prudenza e verifiche rigorose.
Personalmente faccio fatica a immaginare Stasi colpevole. È una mia convinzione, non una verità da imporre. La verità giudiziaria dovrà emergere attraverso il confronto tra accusa e difesa. Intanto, però, una parte del danno si è già prodotta. Quando il nome di una persona viene associato alla mafia, il giudizio pubblico corre più veloce del processo. La reputazione, gli affetti, il lavoro e il percorso politico possono essere compromessi prima che quella persona abbia potuto difendersi compiutamente. E una futura assoluzione potrebbe non bastare a ricostruire ciò che è stato distrutto.
La domanda, allora, è semplice: era indispensabile privarlo della libertà prima del processo? La legge prevede esigenze cautelari che comprendono il pericolo concreto e attuale di inquinamento delle prove, di fuga o di commissione di determinati delitti. Richiede inoltre che la misura sia adeguata e proporzionata. Non basta, dunque, chiedersi se l’accusa sia grave: occorre chiedersi quale pericolo renda necessaria quella specifica restrizione.
Essere sindaco non esclude questi rischi. Ma neppure li dimostra. Quali elementi li rendono concreti nel caso di Stasi? Perché eventuali misure meno afflittive non sarebbero sufficienti? Sono domande legittime, che riguardano il rapporto tra il potere dello Stato e la libertà di ogni cittadino. Anche i reati che non comportano violenza fisica possono produrre danni gravissimi alla collettività. Questo, però, non deve trasformare la custodia cautelare in una pena anticipata. La Costituzione stabilisce che una persona non è considerata colpevole fino alla condanna definitiva. Quel principio deve vivere nelle decisioni e nel linguaggio pubblico, non restare soltanto scritto.
Non dirò quindi: se Stasi sarà condannato, allora avranno fatto bene ad arrestarlo. La necessità della misura deve essere giustificata quando viene adottata. E se sarà assolto, bisognerà verificare se vi siano stati errori, negligenze o violazioni, senza automatismi e senza indulgenze.
Chi restituirà, nel frattempo, il tempo perduto e la serenità alla sua famiglia? Io questa domanda la pongo conoscendone il peso. Ho subito un’ingiusta detenzione e continuo a convivere con le sue conseguenze morali ed economiche. In quel periodo avevo oltre cinquecento collaboratori. Una vicenda giudiziaria può travolgere una persona e, insieme a lei, famiglie, attività, lavoratori, anni di sacrifici.
Ancora oggi, dopo oltre trentadue anni, attendo che si chiuda una vicenda conseguente a quella stagione, restituendo almeno un po’ di equità. Per la mia ingiusta detenzione non ho visto nessuno rispondere delle responsabilità che ritengo vi siano state. E ho avvertito troppo spesso l’assenza persino di una domanda sul danno provocato. Per questo non riesco ad accettare che i tempi della giustizia vengano considerati soltanto un problema di fascicoli e organici. Dietro ogni fascicolo c’è una vita. Il sovraccarico degli uffici è un problema reale, ma il suo costo umano non può ricadere indefinitamente su chi attende.
I magistrati non sono dèi. Sono uomini e donne, capaci di competenza e coraggio, ma anche di errore. La loro indipendenza è indispensabile; altrettanto indispensabile è che eventuali condotte dolose o gravemente negligenti siano accertate e producano conseguenze effettive. Come avviene per le altre professioni, con le garanzie necessarie e senza zone di irresponsabilità. Non attribuisco leggerezza o disonestà ai magistrati di questa inchiesta: non avrei gli elementi per farlo. Rivendico però il diritto di discutere le loro decisioni. Il rispetto della magistratura non può diventare un obbligo di approvazione incondizionata.
E lo dico alla mia parte politica. Essere di sinistra significa anche difendere chi si trova solo davanti al potere dello Stato. Vale per Stasi, vale per Tallini, un avversario politico di cui ho scritto tempo fa, vale per chi non ha un nome conosciuto né qualcuno disposto a prendere la parola per lui. Chi commette un reato deve risponderne. Chi esercita il potere di limitare la libertà deve farlo con il massimo rigore e rispondere degli abusi eventualmente accertati. Perché una giustizia credibile deve saper riconoscere anche il dolore che provoca. E una democrazia deve chiedersi chi ripara una vita quando scopre di averla spezzata ingiustamente.
Fonte Francesco Grandinetti, già presidente PD Lamezia Terme area LAMETIA ENONSOLO

